Crisi economica mondiale e nazionale: quali prospettive?
(del  03/08/2010  @ 06:18:50)
Chi si interessa di economia cerca di spiegare "scientificamente" cosa è accaduto e cosa accadrà nel mondo. Ma non possiamo dimenticare le precedenti spiegazioni e previsioni anche quelle considerate "scientifiche" e persino riconosciute meritevoli di premi internazionali.
Tali previsioni non hanno saputo impedire il disastro economico sotto gli occhi di tutti.
I politici da sempre ci indicano soluzioni orientate a risultati il cui orizzonte temporale copre al massimo la durata della legislatura in corso.
I mass media rappresentano, proprio per loro natura, la cassa di amplificazione delle situazioni in essere, deformandone notoriamente i contenuti privilegiando la notizia sensazionale alla riflessione ragionata.
In questo quadro cosi intricato e complesso, nel quale è difficile individuare correttamente le responsabilità ancor più difficile è fare delle previsioni.

Le cause che hanno fatto nascere questa crisi e che l'hanno caratterizzata sia negli aspetti positivi e negativi sono senza dubbio la "globalizzazione" e la "finanza creativa".
La globalizzazione in positivo è precorritrice di arricchimento di culture diverse, allargamento dei mercati e crea le opportunità di uscire dalla povertà per certi Paesi.
In negativo la globalizzazione può causare una grande delocalizzazione produttiva, una considerevole importazione di beni e, di conseguenza, politiche di protezionismo.
La finanza creativa in positivo concepisce nuovi strumenti finanziari (es. Edge Funds, Future, derivati, etc.), nuovi strumenti assicurativi a copertura di rischi finanziari e incentivazioni ai risultati economici di bilancio, In negativo è la causa di ricchezza momentanea dovuta all'amplificazione dei valori patrimoniali basati solo su aspettative, bilanci drogati da false valutazioni ed enfatizzati ed eccesso di finanziamenti facili.

Allo scoppio della bolla speculativa, conseguenza inevitabile della crescita dirompente e priva di regole, segue inevitabilmente la recessione quasi ovunque. Ma la fine quasi certa della recessione non significa l'allontanamento della crisi.
Attualmente alla crisi finanziaria prima ed economica poi, è subentrata la "crisi di fiducia" e la paura è emersa in molti strati sociali.
Da questo punto di vista la crisi più dura, probabilmente, deve ancora arrivare ed il suo superamento produrrà effetti di medio/lungo periodo.
Altri recenti studi informano che il ritorno ai livelli di produzione e di PIL del 2007, crescendo al tasso di crescita degli ultimi anni occorra un tempo pari a circa una decina di anni.
Tuttavia, il pericolo più grande, la "depressione" e la conseguente deriva verso la "deflazione" sembrano essere superati, grazie all'avviato ridimensionamento della recessione merito, bisogna dire, della scossa creata dall'enorme iniezione di liquidità nel sistema.

Cosa significa tutto ciò nell'economia reale?
L'incertezza per il futuro sta producendo effetti molto negativi: alcune aziende chiuderanno, in particolare le meno strutturate tecnologicamente e finanziariamente.
Altre, produttrici di beni apprezzati su tutti i mercati mondiali, vedranno crollare la domanda e sono costrette a ridurre le loro risorse, anche quelle umane con conseguente aumento della disoccupazione.
Abbiamo davanti un periodo piuttosto lungo di selezione delle attività più competitive, prima che le stesse possano assorbire, sviluppandosi, le forze lavoro delle attività più deboli.
Cosa si può fare? Per evitare il declino del nostro Paese ed il degrado della nostra economia?
E' buona cosa tentare di risolvere il problema sociale aggravando quello economico?
E' opinione diffusa che la politica ha il dovere principale di trovare una soluzione alla disoccupazione creando posti di lavoro stabile.
Spesso viene scelta invece la soluzione di "assistenza" ai lavoratori, alle imprese o alle aree in crisi. Quest'ultima soluzione ha due controindicazioni: la prima mantiene in vita le imprese in difficoltà e non consente alle migliori di crescere e di assumere, perché subiscono la concorrenza di quelle non sane.
La seconda: i costi sociali degli assistiti contribuiscono a mantenere alta la pressione fiscale e crescente il già gravoso debito pubblico, peggiorando così la competitività degli altri e del Paese.
Va riconosciuto che questa crisi, dalle dimensioni e caratteristiche peggiori di tutte le altre del dopoguerra, non poteva essere momentaneamente "bloccata" con soluzioni diverse dalla imponente iniezione di denaro degli Stati, ottenuta per lo più stampando moneta.
Si stima ad oggi che l'iniezione globale sia di oltre 3 trilioni di $, ma circa la metà di quello che servirebbe per evitare che la recessione-crisi si trasformi in depressione deflazione.
Una gigantesca immissione di danaro, insomma, con l'obiettivo di evitare peggiori conseguenze, per mettere un po' di benzina nei motori delle economie e favorire la ripresa delle banche a sostegno della domanda e a favore della produzione in difficoltà.

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