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Investire nei paesi emergenti
(del
13/01/2010
@ 06:15:26)
Anche i paesi emergenti non sono sfuggiti alla crisi finanziaria e hanno dovuto rivedere le loro performance a 2 cifre. Eppure il destino dei Paesi Emergenti è segnato: il motore del mondo non girerà mai più senza di loro. Soprattutto senza i Bric, Brasile, Russia, India e Cina, i quattro big che occupano con sempre più decisione la scena. A testimonianza di un mondo che cambia è che proprio nei paesi BRIC la crescita economica sta dando maggiori performance.
I paesi emergenti continueranno a crescere e ritmi ben più elevati dei mercati sviluppati. E questa crescita porterà ad un "assorbimento" del gap che separa i paesi "core" dal resto del mondo. E come detto prima, le potenzialità ci sono tutte. Anche perché la crisi finanziaria ha solo "sfiorato" queste aree.
Ma allora quanto dobbiamo investire sui Paesi Emergenti? Almeno il 16% del portafoglio se siamo ottimisti e portati a rischiare. Se invece siamo mediamente disponibili a sopportare le oscillazioni dei listini è meglio limitarsi all' 8,5% e se poi il profilo e molto prudente è necessario fermarsi al 3,5%. Queste sono le opinioni (in media) dei 25 esperti interpellati dal sondaggio in merito al peso delle nuove economie in un portafoglio bilanciato.
Il dato più interessante, però, è l' idea che la quota di patrimonio da impegnare sugli Emergenti secondo l' 87% del panel (che comprende le primarie sgr italiane ed estere) sia decisamente destinata ad aumentare nei prossimi tre anni. Se oggi si oscilla tra il 3,5% e il 16%, insomma, tra qualche anno potrebbe aver senso impegnarsi di più, sempre in proporzione al proprio livello di rischio. Secondo gli intervistati da qui al 2011 la Cina è appunto il Paese più promettente, seguita da India e Brasile quasi a pari merito, mentre di minor favore godono, nell' ordine, la Russia e l' Est Europa.
Ma i listini esotici come si comporteranno? Il 66% dei gestori pensa che potranno fare meglio di quelli Occidentali.
A oggi il rimbalzo dai minimi della crisi è stato più tonico per l' indice Msci delle nuove economie: +30% da gennaio, mentre il paniere world (il termometro di tutti i mercati) si è fermato al +3,6%.
E, un' occhiata all' andamento delle Borse Emergenti rispetto a quello dei listini europei, evidenzia una tendenza allo sprint e alla depressione con toni molto più forti di quelli attribuibili al Vecchio Continente.
Il rischio, insomma, di guadagnare molto e poi di perdere a rotta di collo, tra Shangai e Mumbai e più elevato che tra Wall Street e Parigi.
Ma per chi deve costruire oggi un portafoglio che guarda lontano, in chiave previdenziale o di pianificazione finanziaria a lungo termine, il contributo dei Paesi Emergenti è una variabile importante>.
Se nel 1985 gli investimenti nelle economie Emergenti ammontavano a poco più di 100 milioni di dollari, prima della crisi erano arrivati a raccogliere 160 miliardi, di cui 117 solo nel quinquennio 2003-2007.
E oggi nel 2009 i flussi sono già tornati positivi e quindi i 48 miliardi bruciati nel 2008 sono solo una battuta d' arresto strettamente connessa alla crisi>.
Il 34% del panel che invece è scettico su una miglior riuscita dei listini Emergenti rispetto alle Borse occidentali da qui a fine anno mette l' accento sulla crescita delle quotazioni che, appunto, negli ultimi mesi è stata elevata.
Il rapporto prezzo utili degli Emergenti è oggi pari a 13,6 volte per il 2009, un dato che sta abbondantemente sotto le medie storiche ma che è molto più elevato delle 9,9 volte di fine 2008.
Al momento restano sempre Paesi Emergenti, con una volatilità superiore ai listini benchmark mondiali.
Ma il tempo li porterà in quelle posizioni primarie perché hanno tutti gli strumenti necessari per cambiare gli equilibri economici mondiali.
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